21 Aprile 2012

Il passo verso la coscienza sociale è duro da compiere. Anzi, durissimo.

Ho tardato a scrivere questo post perchè quando inizia qualcosa di nuovo si ha bisogno di tempo per comprenderla, farla propria e dargli una forma. Ho dovuto capire dov'ero, qual è il mio ruolo; in pratica, chi sono. Ma soprattutto se mi ci trovo a fare quello che faccio.
Iniziare a lavorare è traumatico. Diciamocelo. Non fingiamo che non lo sia.
Non voglio dire che non sia una fortuna cominciare a dare un peso alla propria vita_riuscire a poter cominciare a fare dei progetti_avere dei soldi propri in tasca_iniziare a ricevere delle soddisfazioni in un campo in cui ci si è formati per anni. E' un diritto e oggigiorno è diventato quasi assurdamente una "fortuna". Purtroppo, questo lo so bene.
Voglio anche ammettere però che quando si comincia a lavorare, ci si assume una molteplicità di responsabilità, che proprio perchè si è all'inizio pesano. E sembrano pesare come quando si sollevano per la prima volta più Kg di quanto il corpo sia abituato a sostenere. Il muscolo si strappa e poi si ricostruisce più forte di prima. Fatto il primo sforzo, piano piano, il muscolo si prepara a sollevare un peso maggiore.
Ecco, a mio avviso, anche la coscienza di un uomo, quando comincia ad avere sulle spalle delle responsabilità, in qualche modo "si strappa".

Sono stata abituata per anni, parliamoci chiaro, ad organizzarmi le giornate, i mesi, secondo un criterio dettato esclusivamente (o quasi) dalla mia coscienza.
Ora, queste 8 ore al giorno di lavoro dettano al mio essere un sistema di regole, che non ero abituata a sentire.
Quando avevo bisogno di percepire la bellezza nella mia vita quotidiana, mi bastava, spesso, anche prendermi un cappuccino seduta al tavolino di un bar.
Il semplice fatto di sapere di non poterlo fare, nell'eventualità in cui ne abbia bisogno durante le ore lavorative, mi ha un po' scombussolata.
Per ritrovarmi qui a parlare della nuova Cles c'è voluto tempo. Quasi 2 mesi di lavoro.
Quest'ultima settimana ho cominciato ad accettare le piccole, prime responsabilità che ora mi ritrovo ad avere. Ed è stato un sollievo.
Ieri sono uscita dal lavoro con uno strano sorriso sulle labbra. Ho messo in moto, destinazione: casa del mio ragazzo.
E mi sono sentita serena.
Certo, evidentemente perchè era venerdì e avevo il week-end davanti, ma non solo. E' stata una serenità molto più profonda. Di una complessità molto più incisiva. Al di là di quello che comporti entrare nel mondo del lavoro (è un discorso questo che merita sicuramente un post di diverso stampo), la mia percezione di serenità era strettamente connessa alla percezione di utilità che ho sentito di aver prestato.

Resta certo che rimango dell'idea che vivere con soddisfazione dipenda da mille altri fattori.
Godersi la vita nel proprio intimo, al di là del ruolo che si ha in società, resta la cosa più preziosa che esista.
Questa società (italiana) sta per collassare. Io me lo sento. Lo sento nell'aria e lo vedo perchè ogni causa produce un effetto.
Molti italiani hanno perso la vita in questi ultimi mesi perchè hanno perso o non hanno ottenuto un ruolo in società e quindi un reddito.
Ora il discorso prenderebbe una piega ben diversa e non ho il tempo per poterlo fare.
Perchè devo uscire. Perchè le responsabilità quando non si riesce a sostenerle ci uccidono.
Per salvaguardarci, per sopravvivere, bisogna continuare ad avere una coscienza individuale. Sia pure sotto un ponte. Se la società non funziona, pur con amarezza bisognerebbe trovare il coraggio di farsi sentire.
Le rivoluzioni nascono dai singoli individui.
Le libertà sono nate dalle singole rivoluzioni.

 
03 Marzo 2012

Roma verace

L'ho sempre pensato e lo ripeto: locali come DoppioZero non rientrano per nulla nel mio genere. La gente che si atteggia a manager e le donne che emanano chanel dall'alto dei loro tacchi 20 cm, nell'atmosfera satura di gente che vuol sentirsi appartenente alla Roma Bene pure a Roma Sud e che quindi deve fare l'aperitivo perchè fa trendy, proprio non le digerisco.
Mentre vedo R. riempire i piattini, caricandoli di pasta e pizzette che si innalzano a formare piramidi, nel suo stile un po' trasandato e con gli occhi stanchi perchè ancora attenti dopo una lunga giornata di lavoro, mi viene voglia di rifare un giro per quei locali di Roma che non esistono più. Il Classico, grande e vivo, con più sale capaci di offrire musica di generi diversi, e prima ancora il Bunny's Pub, scuro e nebbioso, quando tra i giovani vigeva ancora la regola di distinguersi su quella di uniformarsi alla massa. R. mi parla di quella Roma che ricerco, di una Roma forse più adatta ai liceali che ad altri. Me ne parla con un mix di desiderio e nostalgia. Essere degli anni '70 e lavorare 8 ore al giorno gliel'ha fatta perdere di vista anche a lui.
Una Roma così variopinta la ricerchiamo in vari ricordi e alla fine la ritroviamo anche in un vecchio amico. Un sessantenne romano verace, di quelli che ti mandano affanculo col sorriso e lo sanno fare tanto bene che vorresti che ti ci mandassero tutti i giorni. Che continuano a mancarti anche dopo anni.
Quei romani lì, a cui il culo gli rode così tanto che alla fine ci fanno l'abitudine e ci convivono quasi con spavalderia, ora mi capita di vederli meno. Forse è semplicemente un caso. Ma questi giovani qui (e per giovani intendo anche i quarantenni d'oggi) hanno perso un po' quella spontaneità. Quella veracità, che mi è sempre piaciuta tanto. Sono ancora concentrati su se stessi ma non fanno più dell'ironia e dell'autoironia. Hanno dimenticato che essere civili a Roma significa anche e soprattutto parlarsi. Mandasse pure affanculo magari, ma in fondo perchè "ce se vole bene".
Allora dopo essere rientrata a Roma, dopo qualche giorno a Napoli, mi viene un po' di tristezza.
A Napoli quell'atmosfera lì non solo l'ho respirata ma l'ho sentita sulla pelle. Ora, appena posso, mi voglio fare un giro a Garbatella. Sia mai che incontro una vecchietta con cui lamentarmi del traffico.

 
15 Gennaio 2012

2012 e desiderare di vivere negli anni '20 (ma del secolo prima)

Sono a Ferrara, a quanto pare per ben poco, oramai. Sono ufficialmente disoccupata, voglio dire non posso più "vantare" lo stato di studentessa. Il tempo delle mele è finito da un pezzo, mi rendo conto, ma ora la mia nuova condizione me lo esplicita nella sua forma di più crudo parossismo.
Ho portato a casa anche questo mio sudato, ma anche tanto amato, traguardo. Questa volta è stato meno sofferto dal punto di vista pratico, ma anche più sofferto dal punto di vista emotivo.
Ferrara mi ha dato tanto e di certo anche perchè ho avuto il privilegio di godermi lo stato di studentessa fuori sede nella maniera più confortante e profonda possibile. Ora invece l'equilibrio si è spezzato. Sono solo senza un impiego, con le idee confuse in merito al da farsi. Innanzitutto perchè sto decidendo di trasferirmi a Roma (affitto e conguagli cominciano a pesare) ma sono felice e inquieta allo stesso tempo. Se me lo avessero detto che mi sarei sentita così un anno fa, non ci avrei mai creduto. Roma è quasi sempre stato il mio primo amore. Oggi un po' meno. Anche se tornare a Roma significa anche ritrovarlo un po' l'amore. Sciogliermici. Abbandonarmici.
Ieri ho visto "The artist" al cinema. Quei tempi lì, gli anni '20 avevano una magia che i miei tempi hanno perso. Il bianco e il nero e la musica erano forme perfette. Vivere in preda allo scompiglio di tutto questo colore e di queste grida che si affannano a stare sempre più al passo con la tecnologia mi mettono invece un po' di tristezza. La difficoltà di questi tempi rischia di succhiarci la voglia di fare. Di inventarsi. Di investire. Di rischiare.
Questo 2012 temo tanto che non sarà buono come gli anni passati. Scendere tanto in basso purtroppo non implica un rialzo immediato. Ci vorrà tempo. E forza d'animo per non lasciarsi sopraffare. Essere giovani oggi non mi sembra tanto semplice, anche se so che non lo è mai stato.
Ho solo la sensazione che sia più facile appartenere alla terza età e anche questo non è mai stato facile. Oggi invece pare che lo sia. Sarei voluta nascere almeno 30 anni fa... Avrei assistito a ben altra tecnologia, a ben altro sviluppo.
Ho solo l'unico ma immenso privilegio di avere la vita davanti... Ce la mettono comunque in quel posto, perchè essere giovani in qualche modo sarà sempre un privilegio...

 
11 Dicembre 2011

Un'avventura (fer)rara

Anche quest'avventura sta per terminare.
Un omaggio alla scenografia più bella di questa storia.
Uno scatto per ogni stagione.                                                                                                                                                                                          -


 
18 Novembre 2011

Note calde de Aguas de março

Il freddo che c'è fuori, tutta questa nebbia di umidità condensata mi fanno venire voglia ancor di più di caldo. Della tua pelle calda a contatto con la mia. C'è voglia di fuoco che bruci. Di passione che mi scivoli addosso, come l'adrenalina, come il nirvana che libera totalmente la mente. Caldo. Esce fumo da questo narghilè che mi distende i sensi e si aggroviglia verso l'alto, sfumando in immagini che si accendono e si spargono intorno. La notte a suon di bossa nova mi rasserena, insieme a questo suono di xilofono che fa grandi salti sincopati. Il tepore dei pensieri fa bene al cuore. Il caldo che ti invaghisce del corpo fa bene alla mente.

 
25 Ottobre 2011

IL viaggio nel sogno

Ci provo ma non è semplice. Il sogno di stanotte non lo ricordo alla perfezione. Stranamente erano mesi che non mi toccava così tanto un sogno e allora continuo un po' a pensarci. E poi stavolta mi sono addirittura risvegliata con il mal di testa.
Di solito sogno storie di altri personaggi. Voglio dire, non sono io quella dei miei sogni. Tant'è che solitamente ci sono persone diverse al mio fianco, a cui mi è capitato anche di affezionarmi. Fino a ripensarci, di tanto in tanto. Quasi con nostalgia.
Stanotte, invece, quella del sogno ero io. Avevano fatto uno splendido regalo a mia madre. Poteva entrare in un'altra dimensione, ambientata in un'epoca storica differente dalla nostra.
Così, neanche me ne accorgo, finisco nel medioevo pure io con lei (ma non sono a Ferrara, nel sogno).
Come spesso mi capita, il sogno diventa una storia di spionaggio. Probabilmente so qualcosa che non devo sapere e qualcuno mi insegue.
Quando posso, ritorno nel mio presente. Tiro sospiri di sollievo e cerco stranamente di tenere tutto nascosto. Poi, non ricordo come, ma avverto quando sto per tornare nel mondo medievale e scopro che se tocco qualcuno o gli stringo la mano questa viene catapultata in quel mondo insieme a me.
A volte sono sola e quel mondo mi affascina ma mi intimorisce allo stesso tempo, perchè c'è gente armata e in fuga dappertutto. 
Quello che mi ha toccato di più, a livello personale, è che la prima volta che ci sono finita ho incontrato un amico di mia madre, venuto a mancare diversi anni fa. Era vestito con gli abiti d'epoca e stava con altra gente. Incontrarlo è stato terribilmente emozionante, perchè ero consapevole di vedere una persona che non si può incontrare e sapevo di trovarmi in una dimensione differente, dove forse molte cose erano lecite. Quel pensiero, anche se latente, è rimasto in me durante tutto il sogno. Così, quando riscendevo tra quelle vie medievali avevo la speranza di incontrare qualcun'altro, che altrimenti non mi sarebbe possibile vedere.
Devo essere stata parecchio in tensione perchè il mal di testa al mio risveglio me lo sono portata dietro per mezza mattinata. E un po' anche la voglia di ritornarci.



 
06 Ottobre 2011

A noi ce rode sempre un po’ er culo, ma finisce sempre che ce ne famo ‘na ragione.

IL 769 non ha tardato. Ci salgo con un attenzione e un po’ di spensieratezza. Questa volta sì, dopo tempo immemorabile in cui salirci significava aver atteso decine di minuti. Significava essere in ritardo. Significava essere incazzata, perché in fondo non ci si abitua mai ai disguidi giornalieri. Ora che lo prendo mi sembra che ogni singola strada sia lì, per dare un ordine al caos dei romani. Le strade sono i soli punti fissi dei vortici quotidiani. Sopravviverci significa anche sapervi districare.
I romani sembrano sempre incazzati. In realtà sono solo arresi. Al traffico. Alla confusione di giovani che schiamazzano sugli autobus e agli stronzi che superano chi sta in fila davanti a loro. Alla gente distratta che si ferma in mezzo alla strada. Alle macchine che non si fermano davanti alle strisce pedonali. Sono arresi alle regole a cui non si attiene nessuno. Alle stronzate legalizzate. Ai cambi di programma imprevisti, che le circostanze li portano ad accettare. Alle imprecazioni di chi è incazzato come e più di loro. Al postino che suona solo per portar loro le multe salatissime del Comune di Roma. Al tizio che vuole vendergli il folletto, ancora in giacca e cravatta, per darsi un tono, quando appare più mediocre di qualsiasi precario sottopagato.
L’autobus si ferma ad ogni fermata, dove sale sempre qualcuno, ma spesso non scende nessuno. Si riempie lentamente, sovraccaricandosi, tra l’altro, di umori, impazienze e odori.
I romani rivolgono gli occhi al cielo quando stanno male. Spesso trovano la luce. Il cielo sereno, aperto, azzurro. Spesso scorgono l’orizzonte, perché Roma è anche piena di parchi e strade immense che si fanno spazio tra quei grovigli di quartieri popolari. Spesso si dissetano, fermandosi in una dei numerosissimi nasoni, da cui sgorga sempre acqua fresca e buona. Più buona di qualsiasi acqua minerale buona. Si rinfrescano il viso e sospirano. A volte poi si guardano attorno con occhi diversi, come capita di fare a me, che qui ci vengo solo di passaggio ultimamente. C’è tanta vita intorno a loro, anzi è pieno di vita. C’è sempre un rumore di sottofondo. Un passante che fuma. Un passante che ti rivolge la parola. Che sorride o grida al telefono.
Scendo dall’autobus alla fermata della metro S.Paolo. Attendo un’amica davanti all’edicola. Il giornalaio canta. Col tono di chi è arreso ma, in fondo in fondo, gli va bene pure così. E mi guarda come a dire "tanto che dobbiamo fa?".
A noi ce rode sempre un po’ er culo, ma finisce sempre che ce ne famo ‘na ragione.

 
09 Settembre 2011

Momenti estivi (2)

C'è tutta l'estate di mezzo tra il tepore piacevole di quando si era pochi ma buoni e questo caldo infernale (la seconda ondata della stagione) di oggi.
Torno a Ferrara e sento che qualcosa è cambiato da quando me ne sono andata da qui. Qualcosa che non è percepibile nell'aria. Qualcosa che esula dalla luce timida del sole al tramonto. Ferrara è sempre bellissima. Quello che è cambiato è il ritmo. Ho da fare. Stavolta ho troppo da fare, eppure la bici mi aiuta a scandire sempre i momenti quotidiani delle tratte casa-università, università-casa, casa-centro-casa, in maniera quieta e profonda.
Resto ancora stupita di quanto sia calma e ordinata questa città. Solo che ora ci vivo con una carica in più, forse.
Pier parte a breve, perciò i pochi ma buoni saranno ancora meno. E soprattutto saranno privati di quello splendido monolocale, luogo di molteplici incontri collettivi.
Tra un mese tornerà Genny, col sorriso tra le labbra, lo stesso che avevo io un anno fa. Coglierlo mi rifarà vivere trepidanti momenti di ricordi in terra spagnola. Forse allora, ogni tassello sarà sostituito da un altro. Ogni tassello di questo mio microcosmo troverà la sua giusta collocazione. Come sempre, e comunque.
Ma forse questa Ferrara cambierà di nuovo faccia, portando con sè nuove ondate di gelo e folate di nebbia.
IN mezzo a questo microcosmo c'è stata l'estate. Quella vera.
C'è stato il mio mare del sud, di cui ho sentito gran nostalgia.
C'è stato la possibilità di avere P. accanto. Per lunghi, intensissimi istanti, percorrendo l'Italia insieme, uscendovi e tornandovi a mani unite.
C'è stato il ritorno al microcosmo romano, seppur a tempo brevemente determinato.
La mia stanza è calda come lo è stata a metà luglio.
L'afa si taglia col coltello. E l'umidore di fine estate pare voglia legarsi agli oggetti, per marcare ancor più la sua presenza. Destinata a durare ancora non molto. Per fortuna, o per sfortuna.

 
03 Settembre 2011

E mo' come si fa con la fine del post-modernismo?

Volevo scrivere un post sull'estate, ma ho questa immagine della fine del post-modernismo in testa che proprio non riesco ad allontanare. Il post-modernismo in questi ultimi 30 anni è stato un caos dell'etica. Una riscoperta della libertà intesa come privilegio delle proprie percezioni, delle proprie opinioni. E' stato uno slancio di tolleranza verso il diverso, verso tutto ciò che solitamente viene difficilmente compreso perchè di cultura diversa. E quindi un inno al pluralismo (parola ultimamente un po' abusata da Papa Ratzinger, ma vabbè questo è un altro discorso). Tutto è ammissimibile in arte (che poi pare più una provocazione che un invito).
Oggi penso al post-modernismo e penso a quanto potrà mancarmi.
Anche se post-modernismo ha significato mettere in commercio tra le varie cose anche un bel po' di spazzatura. Libri illeggibili. Arte contemporanea da quattro soldi.
Ecco, anche se (un po' come quando si parla del capitalismo) ha comportato molte cose discutibili, a me credo che mancherà.
Pare che sia necessario tornare a un riordinamento dei valori, a una valorizzazione dell'etica "universale".
Forse è vero. Forse ora questo mondo centrifugo deve un attimo fermarsi e farsi un po' un esame di coscienza.
Ma libertà e verità (due parole tanto amate e di cui ci si pulisce la bocca) sono entrate nel mio personale vocabolario.
Oggigiorno si parla di tutto. Di tutti. E lo si può fare, fondamentalmente senza grosse conseguenze.
Il mio concetto di libertà, così come quello di verità, un giorno non sarà più valido.
Mi alzerò dal mio letto (chissà dove), aprirò il giornale e scoprirò che l'essenza di queste parole sarà una e una sola. Non ci saranno più i mezzi toni. I grigi.
E io, mi sa, ci avevo fatto l'abitudine.

 
24 Giugno 2011

Momenti estivi (1)

Siamo noi. Pochi ma buoni. Ultimamente siamo sempre pochi ma buoni, direi. Usciamo dall'università, di sera, quando il sole però è ancora alto e hai l'illusione che davanti a te ci sia ancora tutta la giornata. L'aperitivo, qui in pianura padana, ha senso anche e soprattutto per questo. Per il sole. Per il caldo. Per l'estate.
Prendiamo le nostre bici, semplici e bellissime, per lasciarci condurre nelle vie più storiche della città. Il piacere dell'aperitivo, così, assume anche un piacere più intenso, perchè già pregustato, anche nella fase del viaggio necessario per arrivarci, che è sempre la cosa più bella di ogni bella cosa.
Poi si mandano giù freschi sorsi di birra chiara e si parla. E quando si parla succede qualcosa di rasserenante. Perchè solo allora si avverte che la giornata è stata piena. E' stata ben spesa. E quando una giornata è stata ben spesa, si ha sempre e ancora più voglia di fare. Più voglia di vivere, forse.
Domani sarà ancora più estate di oggi. Avremo ancora più impegni di oggi. Eppure sarà una giornata che non potremo lasciarci sfuggire.
Il paradosso dell'estate è che se anche il caldo ci limita, il sole ci ricarica.

 
19 Giugno 2011

In chat stanno tutti bene

Podrìa ser el tìtulo de un libro, se dicìa. En esta època, todo el mundo tiene prisa de hacer. Y también de estrechar amistades. Pues, el fb es la prueba que la relaciones sociales funcionan asì. No hace falta nada màs que preguntar a la gente como està que ya parece suficiente escuchar que "bien, estoy bien", para sentirnos satisfechos de la conversaciòn.
Es la primera vez que entento escribir en español aquì y lo hago principalmente porque aunque probablemente en la mayorìa de los casos ocurre lo que dicìa, ayer me ha parecido verdaderamente bueno hablar tramite el fb, porque es el ùnico medio que tengo para ponerme en contacto con Chema. Y en todas estas cosas, hablar con él me ha dado muchas ganas de sentirme como cuando estaba en Càdiz: màs cosmopolita de lo que soy.
Saber que el uso de la lingua escrita y la posibilidad de hablar istantaneamente con alguien a cientos Km de distancia es algo facil hoy en dìa, me hace serena.
Se puede riesgar de perder los recuerdos, ademàs de los contactos con las personas, màs dificilmente que en el pasado.
En estos meses he pensado muchas veces en como las cosas han cambiado en el ùltimo año. Y cada cambiamento me hace una persona màs consciente de sì misma y de sus aspiraciones. A lo mejor, todavia no sé donde estoy iendo. Pero seguro sé donde no quiero ir.
A lo mejor, hablar con alguien como Chema o Carolina, que aunque sean lejos de mì me parecen que sean presentes, me da cuenta que lo que pasa durante los años no va perdido. Siempre añade algo màs.
Y ya lo sé que son cosas que se saben y en que todo el mundo piensa, pero pensarlo en otra lingua parece que pueda fortalecerlo.





 
27 Maggio 2011

Quiet

La "terapia Negrita" credevo funzionasse. L'ho messa a palla, in modo che dalla mia stanza la possano sentire anche gli altri. La possa sentire anche lui.
Dalla solitudine di queste stanze si crea comunque una rete sociale di empatie che lascia una scia dietro sè e che si insinua al di sotto di ogni porta. Così, trascorrono i giorni, e anche se le cose (quella cosa lì) sono cambiate, siamo sempre tutti qui. A farci forza (più o meno). A starci vicini (più o meno).
Oggi qui, in due stanze di questa immensa casa, ci siamo io e lui.
I pensieri sono tanti. Diversi e comunque compatibili. 
I Negrita cantano "sei uguale a me, in ogni atomo". E allora penso a come invece in un giorno, le cose possano cambiare. E si possa, in qualche modo, purtroppo, diventare addirittura diversi. Per davvero.
Ieri in macchina ha pensato ad alta voce "non avrei mai pensato che capitasse a me". E l'ha detto aggiungendoci una risatina nervosa.
Non trovo le parole giuste per dire qualcosa di buono e così finisce che non dico nessuna parola. Perchè nessuna risulta giusta.
"Avrei da dirti ma non so (...) Destinati a perdersi...".
La "terapia Negrita", l'idea di mettere un po' di musica risulta, alla fin fine, vana. I pensieri finiscono sempre lì, nel vortice di quel fottuto cambiamento che coinvolge e sconvolge tutta la rete che ci siamo costruiti. Perchè qui, oggi, ci siamo solo io e lui. E il senso di vuoto si taglia con un coltello.
A tutto c'è rimedio. E il rimedio c'è anche in questo caso.
Metto un pezzo dei Kings of Leon. Ci vuole qualcosa di più forte. Ci vuole energia. Azione. Ci vuole una batteria coinvolgente. Che riporti in circolo tanta forza.




 
avanti >

Studenti.it Iscriviti alla community di Studenti.it Segnala un abuso Crea il tuo blog Foto Vip
© BanzaiMedia | Community | Tutti i video | Testi canzoni | Cinema e Film | Aiuto e supporto