06 Marzo 2010

Roma

Pensavo di farlo dopo gli esami il resoconto di questo mese, e magari avrebbe avuto anche più senso. Però oggi ho studiato parecchio e fuori piove. Posso permettermi il lusso di rilassarmi un attimo davanti al pc e scrivere quello che meglio mi riesce. Che sento. Che penso. Che spero.
Innanzitutto che questi esami vadano bene. Oceanografia e Analisis integrada de la poluciòn.
Che presto arrivi la primavera...Starsene al trentaseiesimo parallelo e non giovare del sole è una frustrazione non indifferente.
Che tra poche settimane torno a Roma e, anche se per poco, sono felice. Mai quanto ora mi sento così legata alla mia città.
Mi manca Roma in quanto Roma, per i suoi ritmi, la sua gente, il suo tepore, Ostiense, Trastevere, lo Shanti, il Classico (anche se poi è chiuso). La Colombo di notte, il cornetto, il caffè a via Pincherle, via dei Quattro Venti, via Enrico Guastalla. Lo slalom del motorino per le vie di Trastevere, rione Monti perchè fa così atmosfera, il Caffè Fandango e il locale preferito di Cri. Il laghetto dell'Eur e l'aperitivo a viale Europa. Termini perchè il tempo te lo toglie e te lo regala. Le ore al Caffè Momento a leggere o a studiare perchè tanto non ti cacciano. Feltrinelli a Largo Argentina e le discussioni sui raccanzi con E. Il caffè shakerato dei baristi che cambiano ogni due mesi. Il Caffè Letterario e gli scrocchi dell'aperitivo a buffo, perchè tanto lo fa mio fratello e non gli hanno mai detto niente.
Il Greenwich e il Madison. Posti scomodi eppure sempre e ancora i primi cinema di cui controllo i film.
San Giovanni e il Merulana Club anche se non ci vado da una vita. La tipografia, mi manca pure quella. Garbatella e le edicole chiuse il sabato pomeriggio.
La Villetta e le trattorie dove mangi bene e spendi poco. Trastevere (mi sa che l'avevo già detto).
La carbonara e i bucatini alla matriciana. Capocotta e il Zagaja. Il risotto alla crema di scampi. Le vongole veraci.
Minchia, se Roma mi manca.
Forse ora mi ci vorrebbe un narghilè...per distendere un po' i nervi di questo periodo pre-esame e magari stavolta, no...non pensare.

 
07 Febbraio 2010

El oleaje

Dentro al moto ondoso del mare ci puoi vedere il futuro. La deriva litorale procede in una direzione lungo la costa e tu, osservando l'andamento della risacca, piano piano la segui con gli occhi. Guardando l'orizzonte invece, puoi osservare come certe onde si rompono molto più distanti dalla costa di quanto eri abituato a vedere. L'oceano è speciale anche per questo. Le onde hanno creste alte, e riflettendosi sulla costa si incontrano e si scontrano. Vanno e vengono.
Dentro questi movimenti, ci puoi vedere il futuro, dicevo. Ogni direzione racchiude un'immagine.
Ed io ci vedo un cane, di pochi mesi. Lo vedo camminare con la coda scodinzolante al mio fianco.
Poi ci vedo una bicicletta. E vedo me stessa pedalare in qualche piccolo vicolo. Forse di Ferrara. Forse di Càdiz.
Ci vedo un appartamentino soleggiato al quinto o al sesto piano. Da condividere forse con il mio lui.
Ci vedo un viaggio lontano. Ci vedo il rientro in Italia. Ci vedo addirittura il mare del Salento. Quello adriatico.
Seguo la direzione della risacca e vedo il mio futuro più vicino. Il master. Il 2010.
Osservo la rottura delle onde e ci posso addirittura vedere quello più lontano. La difficoltà di pagarmi un affitto. La stanchezza per tante piccole fatiche accumulate. Ma anche la forza di portarle avanti, queste piccole fatiche.
In questo mare ci vedo un altro mare. Ci vedo una corsa col cane. Ci vedo la ricerca di un lavoro. Ci vedo una battaglia contro il tempo. E contro il denaro.
Ci vedo un affetto importante. Un desiderio di soddisfazione.
In questo mare ci vedo il canto degli uccelli. Il sole alto a mezzogiorno. I bambini che ridono a crepapelle e le sirene dell'ambulanza in lontananza. Il crepuscolo della sera e l'alba del giorno dopo. Il battito delle ciglia. Il vento di levante. Un battito di mani, il calore della pelle. Il volere delle stelle. Il tepore del nirvana.

 
03 Febbraio 2010

Nuevo balance

2 Febbraio. Sono qui da quasi un mese eppure il tempo è stato scandito da intervalli irregolari. Momenti di entusiasmo si sono intercalati ad altri un poco più sofferti. La lingua non la domino. Il freddo mi è entrato nelle ossa (ed io che pensavo che della vicinanza all'Africa ne avrei solo giovato...) e l'umidità gli fa compagnia.
Però ci sono stati anche momenti di entusiasmo. Il mare innanzitutto. Sovrasta ogni angolo. Avanza e si allontana in un moto ondoso continuo. Di marea, anche.
Gli uccellini cinguettano per le vie del centro, perchè molti lasciano le gabbiette fuori i balconi.
Le tapas a 2 euro deliziano lo stomaco e il portafogli. La cerveza sostituisce l'acqua perchè non ha nulla da invidiarle.
La voce di Homer Simpson alla televisione non mi piace; in compenso quella di Marge ha lo stesso identico timbro della Marge italiana. Quando parla lei mi sento sempre un po' più a "casa".
E così tra una piccola scoperta e una piccola nuova abitudine è passato un mese. Ho quasi finito il secondo corso del master e martedì prossimo ho una presentazione di un lavoro da esporre oralmente (ovviamente, mi sono già affidata nelle mani di qualche buon santo che mi voglia prendere tra le sue grazie - che scelgano loro, i santi, chi dovrà accollarsi questo arduo compito).
2 Febbraio. E ho riabbracciato P. Il tempo questi ultimi giorni è stato scandito da flussi di istanti piacevoli. Tra una sponda del Guadalquivir e l'altra. Tra le strade del Barrio Santa Maria e la riva oceanica. Pollo asado, patatas bravas. E per fortuna alla fine anche il polpo a la gallega.
Da qui devo riattingere le forze per spavaldeggiare un po' di più questo nuovo mese.


 
16 Gennaio 2010

Por fin Càdiz

Fuori dalla finestra del salòn c'è il sole. E non è affatto scontato. L'inverno è arrivato anche qui, nel profondo sud andaluso. A Siviglia la scorsa settimana ha addirittura nevicato, dopo circa 60 anni. Le case qui a Càdiz non contemplano l'uso dei termosifoni, perciò abbiamo dovuto rimediare comprando un nordico, un piumone per non soffrire il freddo la notte. L'oceano è un po' inquieto. Grandi onde giungono in serie fino alla battigia, lungo tutta la costa della ciudad, orchestrando all'unisono con il vento proveniente da nord est. E per alcuni è una fortuna. Juan si sveglia tutte le mattine per andare a surfare. Recupera le forze con un pranzo veloce quanto basta per affrontare le quattro ore del master che ci aspettano.
Oggi anche io e Jana ce ne andiamo alla playa. Non tanto per fare il bagno (anche se Jana sembra fermamente convinta), ma magari per prendere un po' il sole. Rilassarci davanti al complesso di onde e perchè no, leggere in caso un buon libro (o il mio amatissimo formulario dei verbi spagnoli, di cui ho tanto bisogno).
Arriverà l'ora delle tapas, di una cerveza fino a che non calerà il sole.
Scaricherò probabilmente la stanchezza accumulata questi ultimi dieci giorni e mi adagerò sul concetto del godimento, inteso come assaporamento di qualcosa di nuovo, che ti possa appartenere poco a poco, ogni volta di più. Ogni giorno di più.

 
16 Novembre 2009

Quando si dice si va in toscana. Ovvero anche un'altra volta.

Il cielo è grigio fin dalle prime ore della mattina (vabbè, mo' "prime" è un eufemismo, cmq dalla prima mattinata). Grigio come una cappa, che si estende fino all'orizzonte. Ma è il compleanno di G. e quindi tutti si va in toscana. Sei con due macchine.
Ora, non starei qui a scrivere tutta la vicenda, se V. ieri non mi avesse fatto notare che è successo di tutto, ma proprio di tutto, tranne che, ecco, giuncerci. In toscana.
Allora c'è questo cielo grigio che ci accompagna fino all'imbocco della roma-firenze e che poi si affeziona tanto che decide proprio di non abbandonarci più. C'è questo cielo, dicevo, e fin qui ci siamo. Ci siamo io, P. e il Bella in una macchina. L., V. e S. nell'altra.
Nella macchina di P. c'è il Bella che ci racconta la settimana di lavoro a Rimini trascorsa appresso al "capo", un truzzo talmente truzzo che se ne va in cantiere con i pantaloni attillati di pelle e le scarpe a punta (rigorosamente di pelle pure quelle). C'è l'mp3 nello stereo della macchina di P. (e ci sono io tutta contenta perchè finalmente ho l'impressione che regalargli una nuova autoradio in fondo non sia stata una cattiva idea), quando a un tratto si sente un fischio. Compare la spia luminosa dell'olio e cos'è-che-cosa-non-è la macchina si ferma. Tum, tum, tum. Quattro frecce. P. si sposta sulla corsia di emergenza appena in tempo per evitare uno sfracelo dovuto al cossiddetto tamponamento a catena. 
Ci guardiamo tutti attoniti senza pronunciare parola fino a che non giunge la bestemmia di P.

Mezzogiorno circa. Siamo poco prima dell'uscita per Orvieto. L. fortunatamente (si può dire in questi casi?), andando a un'andatura più lenta, è dietro di noi. Telefoniamo. Compare la macchina. E così da tre ora siamo in sei sulla corsia di emergenza. Diciamolo pure, sei cojoni, che balbettano e osservano, con l'attenzione propria degli ignoranti, l'interno del cofano della macchina di P. giungendo alla conclusione di telefonare al numero verde dell'assicurazione, che promette di assisterci entro la mezz'ora seguente.
Mezzogiorno e quindici. Si ferma dietro di noi una volante della polizia (faccio notare che i cojoni diventano otto).
Cos'è-successo-cosa-non-è-successo, chiedono il libretto e scoprono che la revisione della macchina doveva essere fatta entro la scorsa estate. Nonostante tutto, P. non sviene. Appare lucido e quieto (che uomo!).
Dopo la telefonata alla madre di P., revisione-fatta-revisione-non-fatta-boh-, giunge anche il carro attrezzi.
Il poliziotto si mette una mano sul cuore, osserva P. con espressione dolorante e proferisce poche parole "Ragazzo mio, io credo che la tua macchina sia morta. Tanto vale evitare il fermo dell'autovettura e farti pagare la multa." Eh sì, tanto vale. Oltre al danno, almeno si evita la beffa. Così io e P. saliamo sul carro attrezzi e arriviamo ad Attigliano, dove l'auto viene lasciata all'interno dell'autofficina.

Il cielo è sempre grigio e abbiamo appena varcato il confine con l'Umbira. Ma in più abbiamo anche una gran fame.
I sei poveri-affamati-sfortunati giovani cercano un ristorante a poco prezzo (nel frattempo l'amico G. di cui è il compleanno finirà di mangiarsi un boccone in toscana per poi raggiungerci nel pomeriggio). S. conosce un agriturismo vicino, ma si fanno convincere dal mio cattivo sesto senso che il ristorante più vicino all'officina sia ancora più economico.
Così si entra in quest'ultimo, si va in bagno, si apre il menù per poi scoprire che i prezzi sono inaccessibili.
In un battibaleno siamo di nuovo fuori.

Terminato il pranzo nel buon "ristorante a poco prezzo", giunge finalmente anche G.
Il cielo è inconfondibilmente grigio. Manco a dirlo.
S. ha uno zio a Giove. Si prendono baracca e burattini e si riparte.
Lo zio si S. ha una villa circondata da enne_ettari di verde e una piscina di acqua salata.
Il piano terra è tutto un salone distinto in più ambienti con camini grandi quanto la casa di G. e divani grandi quanto letti a una piazza e mezzo. La casa per "giganti" ci fa restare tutti a bocca aperta. Prendiamo un caffè chi con zucchero raffinato, chi con quello di canna (perchè la coca è finita), quando sentiamo un bimbo gridare "papà, papà, sei in televisione".
Ora guardiamo tutti lo schermo della TV. C'è Nancy Brilli che parla. E poi compaiono le foto dei suoi tre ex-mariti.
Il padre dei bimbi fa un gran sorriso sornione. Allunga le braccia come per stiracchiarsi e non proferisce parola.
Dove-siamo-dove-non-siamo, finisce che cerchiamo tutti di darci un tono. Schiena dritta, pancia in dentro.
Beviamo vino a sorsi brevi e mangiamo tranci di crostata lentamente, evitando di sbriciolare a terra.
I sei cojoni sono finiti nella casa di Zio Paperone e quand'è così, si sa che ci si scorda delle magagne.


 
07 Novembre 2009

"buongiorno..."

Su quel biglietto P. mi ha scritto di non andarmene senza fare prima colazione. La sua macchinetta del caffè è sul tavolo, insieme a una tazzina ma anche a una tazza più grande, tante volte al caffè preferissi il thè. Che dolce, pensa sempre a tutto, lui. 

Accendo il gas, e attendo che la macchina sia pronta. Attendo che l'acqua faccia il suo percorso vitale fino a diventare vapore e a fondersi con il macinato. Fino a diventare una cosa sola con il caffè, venendo alla luce con quell'inconfondibile suono di fuoriuscita. Tschhh. Un suono che tanto mi ricorda un aereo che decolla. 

Quando preparo il caffè con la macchinetta di un'altra persona mi sento vicina a questa come se fosse lì con me. Entro a contatto con la cosa più genuina che possiede. E come il gesto intimo di un bacio, l'aroma viene a contatto con le mie papille gustative, prima attraverso le labbra e poi, inesorabilmente, con la la lingua che si lascia accarezzare. 

 

Questi sì che sono dei graditi "buongiorno"...

 

 

 

 

 
21 Ottobre 2009

Ricordo. Vi ricordo.

Questo spazio è sempre qui per me. Decisamente più per me che per gli altri. Da quando ho cominciato a scrivere, nonostante siano cambiate molte cose, ne sono perdurate delle altre. Persone. Fatti. Ricordi. E in qualche modo più scrivo più mi accorgo che molte delle cose che rientrano nella sfera della mia vita sono destinate a restare o a fare dei giri immensi per poi ripresentarsi. Da quando F. non c'è più sono trascorsi più di due anni e mezzo. Iside svelata. Da allora ho rivisto Jonathan ben poche volte. Più per sapere come stava che per farlo stare bene, in effetti. Da allora G., invece, non l'ho più visto.
Un giorno poi ci si sveglia e si rilegge quel nome sul telefonino, annullando il tempo. Quasi quel numero non esistesse più. La tua sim ha ben più memoria di te e te lo spiattella davanti agli occhi, ogni volta che vuole. Ogni volta che capita.
Come se nulla fosse, arrivano parole, che seppur tardi (estremamente tardi), un po' una sensazione di conforto riescono inaspettatamente a dartele...

 
02 Ottobre 2009

Per tutto il resto c'è l'evasione

Ferrara è calda che pare ci si possa svenire. Dopo la nebbia delle prime ore della mattinata esce il sole, quanto basta per illudersi che sia ancora estate. Terminato il colloquio, ci ritroviamo tutti un po' sconvolti e forse incapaci davvero di comprendere cosa questo comporti. Siamo seduti a un tavolo con qualche bottiglia d'acqua, da cui tentiamo di riattingere le nostre energie. Il dott. M. ci è sembrato un po' folle. Un po' disorganizzato, ma decisamente entusiasmato. Forse più di noi.
Ci salutiamo con un arrivederci e mi ritrovo in macchina con quelli che ribattezzerò come i ragazzi di Urbino. Così gentili da offrirsi di darmi un passaggio a Fano. "E così risparmi con il prezzo del biglietto". Un breve giro al centro prima di partire e siamo in autostrada. Le ore di sole sono ancora calde. L'aria condizionata pare non riesca ad attenuarle. Ma la musica consola.
Consola con qualche accordo di pianoforte e la voce di De Gregori, e con un po' di sana taranta salentina.
"Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere."
Pensare ai prossimi mesi un po' brucia e allora si parla di tutto e di niente, magari di Bob che si deve iscrivere all'università ma non è ancora tanto convinto. Diventa una barzelletta pronunciare qualche parola di consiglio. Io penso che, Io fossi in te... Quando, a dirla tutta, non so nemmeno io cosa farei al posto di me stessa.
Arriviamo a Fano alle 18.38, giusto in tempo per veder partire il mio treno senza di me.
I ragazzi di Urbino si offrono nuovamente disponibili. Questa volta a concedere un tetto sotto il quale trascorrere la notte. Il tetto è in aperta campagna. Un posto isolato dal mondo, nel silenzio più assoluto e naturale. Eppure a me è scoppiato un mal di testa che non mi uccide solo per pietà.
M. ha lasciato Roma a 18 anni per trasferirsi nella casa dei nonni. Dice che la lascerebbe a fatica. Che lo fa stare così bene.
Il silenzio gli fa compagnia e la natura lo rasserena.
La mattina seguente il sole che si sente è ovattato, non invadente, e il mio mal di testa se n'è andato lasciando al suo posto i postumi da trauma cranico (!?). Facciamo colazione al bar di ritrovo, poco fuori il paese. Il cappuccino si rivela capace di riacquietare finalmente la tensione accumulata il giorno prima. Il tavolino del bar dà sulla vetrata. La posizione migliore da cui osservare le montagne, con una bomba alla crema in una mano e il cappuccino nell'altra.
Alle 12.30 siamo a Fabriano. il treno che prendo mi conduce, infine, a Roma.
La mia Roma di caos e consumo, che sempre e comunque, mi scioglie il cuore. Sentirsi sovrastare da una tale emozione non ha prezzo. Per tutto il resto c'è l'evasione.

 
28 Settembre 2009



Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato. Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono. Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d'oro. Lavori quarant'anni finché non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa. Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!

Woody Allen


 
17 Settembre 2009

La gente che va (postdatato. 30/07/2009)

Un'immagine unica è quella di Ruben che beve il mio caffè davanti alla finestra della cucina e guarda fuori. E mentre guarda fuori, verso l'orizzonte al crepuscolo, pensa a qualcosa (chissà cosa) che lo tiene lontano da dov'è. Un'immagine unica è quella di Ruben l'ultima mattina a Glasgow, mentre beve il mio caffè, mi sorride e mi ringrazia perchè glielo lascerò assieme alla mia macchinetta per due giorni, mentre sarò via.

Il mio caffè. Mio perchè portato da casa. Mio perchè italiano. Qualcosa che veramente non ho potuto tagliare fuori dalla mia lista del "non superfluo".

Un'immagine unica è quella di Alessandro mentre dorme su una panchina a Calton Hill. L'aria è fresca. Il sole è ancora alto. E c'è un silenzio irreale, fiabesco. Fiabesco come le vie della Royal Mile. Mi siedo sull'erba bassa e mi sento un tutt'uno con l'aria. Sarebbe bello, mi dico, tornare, e continuare a sentirmi così. L'aria in fondo è ovunque...

Un'immagine unica è quella dell'aereo che decolla. Si solleva virando un poco a destra per poi riaddrizzarsi. Sale su un cielo rosso. Rosso addio.

 
13 Settembre 2009

Messa a fuoco

Percorro la Cristoforo Colombo per andare a Ostia e la voce di Sting che canta dalle casse dell'autoradio mi ricorda qualche immagine del "Terzo gemello" di Ken Follet. Un uomo con un cappello con visiera entra in una casa. Se non fosse per quel cappello potrebbe essere in tutto e per tutto scambiato per l'altro. Qualche domanda intima o qualche sguardo più profondo basterebbero a smentirlo. Ma lei quel cappello non l'ha mai visto. E non sa di essere in pericolo.
Supero lo svincolo per Acilia e Sting inizia a cantare un altro brano. Mi rendo conto che l'album che sto ascoltando è legato a un periodo ben preciso della mia vita. Quello del primo anno all'università. Oggi, qui, vorrei essere un po' come la Cles di quel periodo. Entusiasta perchè immersa in una condizione nuova. Fiduciosa e in preda alle sorprese. Vorrei cantare con Sting ma le canzoni sono troppo malinconiche...
Dovrei cercare di sciogliere il nodo che ho in gola...e ancora una volta lasciarmi andare...
Cambiare strada mi manda in fibrillazione, ma mi risulta difficile se non riesco ad inquadrarla...
Sono sul lungomare, ora. Manderò giù un karkadè e qualche buona boccata di fumo alla mela. Distendere i sensi resta ancora il modo migliore di vivere...

 
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